Contributi di critica
Casine di paterno di Ancona, 28 giugno 1° luglio
1980
di Franco Albonetti Ogni artista è
un esploratore di un suo versante interno.
Siamo in un tempo di transazione, ieri si esplorava nel tentativo
di raggiungere un eden in un suo albore di pensiero, oggi
si esplora senza la speranza definitiva di pervenire ad una
meta con il sospetto che ogni sentiero etico ed estetico sfumi
verso il vuoto totale.
Svaniscono i sogni, si confondono e contorcono le ideologie.
Con la carenza estetica, morale c'è anche quella delle
materie prime e si prevede un futuro di pena e non è
maraviglia che a prevederlo siano gli artisti, perché
ogni artista è un poeta ed ogni poeta è un poco
il veggente di quel futuro che nella mente dei poeti è
già cominciato.
Nel mondo si deteriora tutto; negli apparecchi il vetro si
frantuma, il rame si ossida, decenni di studi si perdono.
I fiori, le comete, gli aquiloni non ci dicono ormai quasi
più nulla.
L'artista Salvatore D'Addario racconta i suoi dubbi, le sue
angosce, in grandi fogli in bianco e nero. I sogni che non
può realizzare su questa terra, i dubbi che non può
spiegare, i problemi che non può risolvere li esprime
in una specie di portolano dove sono tutti porti del mare
della sua anima in una serie di disegni che Salvatore affida
allo spazio che non è mai totalmente vuoto.
Così ci rende pensosi tra le sue linee in un cielo
che l'artista intuisce sempre più vasto…
A volte una riga grigia divide obliquamente uno spazio bianco,
altre il disegno di una pietra pieghettata si concretizza
con la propria durezza a decantare dimenticate certezze d'esistere.
In equilibrio tra la geometria e la musica, Salvatore D'Addario
desidera ritrovarsi nello spazio con un angolo alla ricerca
iperbolica del vero. Ma non è nella iperbole una chiave
per iniziare una magica ricerca del tutto?
Linee nello spazio e pensieri per l'Amore e Amore per la vita.
Riuscirà a trovare l'artista una sintesi di linee immerse
e concluse nello spazio?
Fra tanti milioni d'umani, Salvatore D'Addario, anche lui,
è qui sulla Terra ad interrogarsi, per un poco sa di
esistere, per un poco noi entriamo a visitare le sue personali.
C'interessiamo ai suoi premi, alle sue affermazioni nelle
varie città d'Italia. Non soltanto noi, uomini comuni,
ci interessiamo di Salvatore D'Addario, ma anche artisti famosi
come Remo Brindisi che firma un suo catalogo: "Salvatore
D'Addario e, non a caso, in questa piattaforma organica per
affermare uno "Stato di cultura", ove la soggettività
finalmente ritorna al suo antico valore e l'uomo come evento
di un futuro determinato in anticipo".
Ora Salvatore D'Addario dice: "Vivo". Lo dice nei
suoi fogli bianchi.
A lui non importa risolvere un minimo problema dell'universo.
A lui basta gridare a l'astro che crea i nostri giorni:
"O sole, o luce anch'io".
È un barbaro dell'era atomica al principio del duemila.
In questa sua consapevolezza è tutta la sua valida
attualità e sono tutti i suoi limiti.
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