Contributi di critica
da "Il Resto del Carlino", 24 febbraio 1978
Salvatore D'Addario espone a Macerata
di Virzì Bonifazi
Silenzio!
L'imperturbabile ironia, nella sensazione di vasto, di calmo
infinito a cui ci riportano i blu intensi, per nulla dilatati
– nelle ultime opere di Salvatore D'addario –
ristabilisce il senso fisico del reale pur spingendolo ai
limiti di se stesso, mentre lo spontaneo atto d'osservare
è risucchiato nelle profondità dell'elemento
centrale del quadro: il ghiaccio abissale di una cosmica vulva.
La creatura anela a superare il sentimento del limite: la
sensazione dell'isolamento. Il primo atto, alla nascita, è
un atto di separazione. Prima la materica gestualità
del nero diffonde l'aggressività nella percezione del
vuoto: la purezza enucleata del nero liscio, levigato che
attrae il fare tattile.
L'atto della riproduzione esige la fecondazione, la fecondazione
dell'assoluto nel grembo del reale, nella vulva da cui scaturisce
tutto ciò che vive. Così l'elemento plastico,
la meccanicità degli oggetti centrali, conducono, oltrepassata
l'emozione del galleggiamento, ad un osservabile non visto,
ad un palese nascosto: simboli fetali del partorire, eterni
paradossi d'astrazione.
Brandelli d'incontenibile, dirompente erotismo, lacerato dal
graffio di follia dell'Ibrido, costituiscono il magnetismo
paranormale del quadro che spinge il fruitore stesso al giocoso,
continuo, accoppiarsi con l'opera d'arte.
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