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Contributi di critica
Istituto italiano di cultura, Bucarest, 1984
di Enrico Crispolti Quella di D'Addario
è, con tutta evidenza, pittura di segno, e lirica.
Di segno, perché costruisce la propria qualità
di immagine sull'evidenza di pochi elementi, appunto di natura
squisitamente segnica.
Lirica, perché propone una natura d'immagine sostanzialmente
evocativa.
In effetti la pittura di D'Addario, e da diversi anni, ma
ora con particolare chiarezza e sicurezza propositiva, mette
in campo segni memoriali liricamente filtrati, in uno snodo
in certo modo narrativo, nel loro ruolo di sottilmente allusivi,
di captanti, in termini di immaginazione nella dimensione
della memoria.
Il "background" di questa pittura, in senso culturale
quanto direi antropologico, è tipicamente centroitaliano.
Fra la certezza materica dei bianchi di Burri (che istituisce
la ragione remota del campo pittorico) e il segno evocante
ed errante di Licini (che in quel campo costruisce l'evidenza
arcana d'una possibilità d'immagine). Ma anche nel
senso d'una più antica disposizione alla contemplatività
lirica, alla commisurazione di spazi (nel suo caso interamente
di dimensione interiore).
In questo territorio marchigiano di sedimentata cultura ancestrale
(nella quale converge anche la presenza di Mannucci e del
suo segnismo materico, però al confronto più
immaginoso e incisivo) D'Addario si muove con originalità
e con coerenza.
I suoi sogni poetici, tessuti sull'evocatività allusiva
del segno, sono in fondo come le pagine di una sottile introduzione
ad un'autobiografia lirica. Ove cioè non contano gli
eventi, da narrare, ma le filtrate emozioni, sensazioni, sentimenti,
da evocare entro il circolo della magia lirica.
Un'autobiografia dunque tutta costruita su ascolti profondi,
su attestazioni indirette e mediate, che il segno appunto
decanta e trasforma in occasione d'un ragionamento quasi archetipo,
aurorale.
L'insistenza sul bianco come campo è in fondo, credo,
per D'Addario, la dichiarazione della costanza della pagina,
altrettanto che il continuo (ma sempre immaginativamente rinnovato)
ricorso al segno è, per lui, la certezza di quella
scrittura lirico-evocativa.
In fondo l'intenzione sua è proprio quella di trasformare
il tempo vissuto in dimensione possibile di poesia, cioè
nella realtà di un immaginare per traslato lirico continuo
decantando all'estremo ogni suggestione, ogni pulsione, per
risolverla nel "flatus voci" del segno più
puro ed elementare.
Elementare anche cromaticamente, su quella pagina bianca.
I suoi segni sono infatti di moderatissimo ricorso cromatico,
e prevalentemente invece insistono sulla scrittura del nero
su bianco. Proprio appunto come su una pagina. E, se mai,
questa pagina può incresparsi in una presenza di materia
pittorica più consistente, più corsiva, senza
interrompere la sua assolutezza, tuttavia. Come d'altra parte
a volte il segno stesso vi ha quasi corposità oggettuale,
aggetta insomma dalla superficie pittorica, come sua matericità
segnica, in certo modo, insomma.
Ma tutto converge infine al traguardo della proposizione lirico-evocativa,
che, in quei termini di riscontro quasi d'autobiografia, costituisce
la realtà effettiva della pittura di D'Addario.
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